La taverna del diavolo
di Roberto Trussardi
Attraverso sentieri secondari, ben studiati nelle settimane precedenti, raggiunsi la località chiamata Pianca, un villaggio montano di circa trecento abitanti e da lì, visto almeno da otto o dieci persone, presi il sentiero che conduce al monte Cancervo. Il sentiero lo conoscevo alla perfezione, ma la stanchezza e la tensione accumulata erano tali che rischiai più volte di cadere nei profondi dirupi che lo costeggiano. In pratica, barcollavo. La giornata era serena, molto soleggiata, e il fresco del primo mattino aveva lasciato posto a una calura opprimente. Maledissi gli abiti autunnali, che mi facevano sudare in modo inverosimile. Ero tutto bagnato.
Poco sopra l'abitato incontrai un conoscente, Amerigo Rampini, detto Ligèr per via del fatto che era pelle e ossa. Nulla sapendo di quanto accaduto, Ligèr si fermò in mezzo allo stretto sentiero per attaccar discorso. L'ultima cosa al mondo che avrei voluto era fare conversazione, ma se quello non si spostava non c'era verso di passare oltre.
"Simone, non è tardi per andare a caccia?".
"Oggi ho cacciato a quota bassa," risposi con un filo di voce, "sette prede nel carniere, l'ultimo merlo mi è sfuggito".
"Ma non è da par tuo cacciare merli, dovresti dedicarti solo a prede grosse, con la tua mira".
"Erano grosse le prede, stai tranquillo, scendi in paese e saprai".
"Ma che hai, sei bianco come un cencio e ti vedo stravolto. Ti senti bene?".
"Mai stato meglio; oggi mi sono tolto un peso enorme e adesso sono più leggero di te; ho fatto giustizia di chi mi ha perseguitato. Quando scendi mi devi fare un favore: va' da mia moglie, si trova a San Gallo dai suoi, dille che ho lasciato due lettere nella stanza della Roncaglia, una per lei e una per i ragazzi. Devi darle anche questi soldi" trassi di tasca le 1.200 lire prese all'Orobia "e dille che deve perdonarmi, se può, ma o facevo quel che ho fatto o per me la vita era finita. Se mi ammazzano morirò con le armi in pugno, combattendo, e non giorno per giorno con il cervello e il fegato bruciati dal vino e dalla grappa".
Ligèr era frastornato, ma prese il denaro e promise di svolgere il compito affidatogli. Lo salutai con una stretta di mano e ricominciai a salire. Passai le baite dette di Cantiglio e dopo un'altra ora abbondante di salita ero sui pascoli delle mie montagne; mi buttai sull'erba a riposare, con la testa che non funzionava granché per la stanchezza. Erano le 15, e il sonno mi colse improvvisamente, senza darmi il tempo di scacciarlo.

Mi svegliai di soprassalto dopo due ore; guardai in giro terrorizzato, ma non c'era nessuno in vista. Scrutai più attentamente col binocolo: nessuno. Indugiai, seduto sull'erba: tutto era andato in modo soddisfacente, giustizia era fatta, a parte Palanca, ma non mi potevo lamentare, sette su otto costituivano una media eccellente. Trassi di tasca il foglio gualcito sul quale avevo scritto tempo prima i nomi dei predestinati a morte e lo stracciai, avendo cura di riporne i resti sotto un masso. Era fatta, non c'era più ragione di continuare con l'ossessione della vendetta.
Il tempo, in montagna, si guasta rapidamente, e infatti stavano arrivando dei nuvoloni neri che promettevano un temporale coi fiocchi.
Prima della pioggia mangiai parte delle provviste e guardai in basso col binocolo. Sul sentiero non si vedeva anima viva e così mi incamminai molto lentamente verso il centro del pianoro erboso che costituisce la sommità del massiccio, tenendomi dalla parte del passo Grialeggio, dove è più facile scorgere persone risalire. Un inseguimento in giornata era poco probabile; era tardi e stava per piovere, e in più gli inseguitori avrebbero dovuto organizzarsi: no, sarebbero saliti l'indomani, ottenuti rinforzi.

La pioggia scendeva a catinelle, ed ero fradicio nonostante la cerata; pertanto, contando su una nottata tranquilla, decisi di raggiungere la baita del Sifol, che avevo frequentato quasi quotidianamente in occasione delle cacce, prima di affogare nel vino. Il suo cane, un meticcio di grossa taglia, mi fiutò quando ancora ero a un chilometro e cominciò ad abbaiare. Nessuno sfuggiva a quel cane. Quando stavo a circa cento metri dalla cascina Sifol uscì fuori, sotto la pioggia, con un fucile in mano. Il cane, che mi conosceva, mi faceva le feste.
"Simone, avevo pensato a un lupo; sono ricomparsi da queste parti, e ogni tanto aggrediscono un vitellino. Ma che fai qui, a quest'ora della sera?".
"Lo verrai a sapere presto. Intanto ti chiedo ospitalità per la notte e qualcosa di caldo da mangiare vicino al fuoco".
"Certo, questa è casa tua, qualsiasi cosa sia successa, sappi che sono tuo amico e che su di me puoi contare".
Mangiammo della polenta e un cosciotto d'agnello e poi, verso le nove, quando il tempo si era rimesso, stanchissimo, mi buttai su della paglia e dormii un sonno pesante. Sognai di volare, di stare tra le nuvole, senz'ali ma capace di librarmi nell'aria. Nessuno ci credeva, ma io li stupivo volando sopra di loro, con un fucile in mano. Volavo a grande altezza e come un falco scendevo e colpivo, senza ucciderli, Colleoni, Rinaldi, Cortinovis e gli altri. Li toccavo col fucile ma non sparavo, per umiliarli, vederli soffrire, terrorizzati. Da terra, Susan, bellissima, mi incoraggiava e applaudiva, felice.

Mi svegliai alle cinque del mattino.
"Sifol, oggi o domani verranno i carabinieri e ti chiederanno se mi hai visto. Che risponderai?".
"Ma io non ti vedo, Simone, parlo con me stesso, sai, per la solitudine, ma non ti vedo da mesi".
"Ciao Sifol, mi raccomando, non credere a tutto quello che diranno sul mio conto. Ho bisogno del tuo aiuto e se non mi prenderanno presto ci incontreremo di nuovo".
Mi allontanai col fucile a tracolla.
"Ma che hai fatto, Simone, è qualcosa di grave?" disse quando ero già lontano.
"Lo saprai tra poche ore, non ti preoccupare" risposi salutando con la mano.

La giornata era magnifica e l'alba rischiarava lo splendido ambiente alpino, con le vette più alte in lontananza a nord, e la pianura, che si intuiva appena, in direzione opposta.
Mi appostai sopra i picchi che costeggiano il passo Grialeggio, la via più breve per chi proviene da San Giovanni Bianco o da Camerata. Verso le nove vidi col binocolo una quindicina di uomini che, in colonna, salivano verso il passo. Alcuni, una decina, indossavano la divisa dei carabinieri, ma c'erano anche dei borghesi, bravi cittadini che affiancavano le forze dell'ordine.
Avevo due possibilità: rimanere acquattato tra le rocce o impegnare uno scontro a fuoco da una posizione molto favorevole e con un'arma più precisa del moschetto in dotazione ai militari.
Decisi di nascondermi, perché non avevano cani e trovarmi, in quel labirinto di rocce, era
labirinto di rocce, era quasi impos- sibile se non ero io stesso a tradirmi con qualche movimento imprudente.
Temevo si installassero nelle baite di Sifol e di Caaler, perché ciò avrebbe reso difficile ogni movimento, in particolare la ricerca di cibo.
I carabinieri e i cittadini che li accompagnavano non ebbero quell'intuizione o quella possibilità e, dopo aver inutilmente interrogato i due mandriani e perlustrato il pianoro, non poterono che tornare a valle con le pive nel sacco.
La sera, dopo aver controllato che se ne fossero andati, tornai a dormire da Sifol, minacciato di arresto se mi avesse visto e non avesse riferito alle autorità.

Il giorno dopo furono condotte ricerche più approfondite: una colonna di una ventina di carabinieri accompagnati da una decina di cittadini amanti dell'ordine armati di doppietta, salì da Grialeggio e altrettanti da Baciamorti.
Dalle solite rocce, con il binocolo, li osservavo distintamente sbuffare per il caldo e fermarsi ogni quarto d'ora per riprendere fiato; non erano abituati alla montagna, e si vedeva.
Dal mio rifugio tra le rocce avrei potuto colpirne almeno uno con una certa facilità, ma mi limitai a osservarli e a tenerli d'occhio. Questa volta sei uomini pernottarono alla baita di Sifol e altrettanti a quella di Caaler. Gli altri scesero a valle. Dovetti dormire tra le rocce nonostante la pioggia incessante di tutta la notte. A poco valse la cerata che avevo con me: il mattino seguente ero tutto bagnato, le articolazioni mi dolevano terribilmente e se fossi stato costretto a correre mi sarei trovato in grande difficoltà. L'umidità e il freddo erano più temibili dei carabinieri.

Passai un'altra giornata a osservare le inutili ricerche: con delle provviste e rimanendo nascosto, per loro era come cercare un ago in un pagliaio.
A sera contai gli uomini che scendevano da Grialeggio: straordinario, erano più di quelli saliti, segno evidente che anche i piccoli contingenti lasciati a presidio delle baite erano scesi a valle. Al tramonto lasciai lo scomodo rifugio e mi avvicinai circospetto alla baita del Caaler. Il cane percepì la mia presenza e cominciò ad abbaiare. Nessuno usciva. E se fosse stata una trappola? Ero indeciso se correre il rischio o tornare tra le rocce; poi, finalmente, il mio amico mandriano uscì per vedere che avesse da abbaiare. Fischiai a imitazione di un uccello notturno, ma mi riuscì malamente: "Chi va là? Chiunque siate fatevi riconoscere o sparo". Teneva in mano una doppietta scassata, che, se usata, rischiava di esplodere in mano al suo possessore. Caaler era imprudente, perché restando nel cono di luce proveniente dalla porta aperta era un bersaglio facilissimo.
"Set despertè o al ghé ergù det?" (sei solo o c'è qualcuno dentro?) dissi in dialetto nell'illusione di non essere capito da eventuali carabinieri, tutti meridionali.
"Se ta set ol Simù ve sà, sò despermè" (Se sei Simone vieni, sono solo).
Il desiderio di sfuggire all'umido della notte fu più forte della prudenza e, circospetto, mi avvicinai col fucile spianato. Dentro non c'era nessuno.
"Scusami, ma avevo il dubbio che fosse rimasto qualcuno".
"Ti stanno cercando decine di persone, Simone, oggi hanno tentato di farmi paura dicendomi che ti sto aiutando e che mi farò anni e anni di galera per favoreggiamento di un pluriassassino; un ufficiale mi ha persino sbattuto contro un muro per impressionarmi. Però stai tranquillo, non tradisco, io. Me lo sentivo che eri da queste parti".
"Hanno detto qualcosa di mia moglie e dei miei figli?".
"Sì, che tua moglie è disperata, chiusa in casa con le finestre e le imposte sbarrate dal giorno del fatto e che verrà arrestata per complicità, perché secondo il procuratore del re Dolfin, che è a San Giovanni Bianco, non poteva non sapere. Un vero stronzo quel Dolfin, un arrogante damerino che dalla tua cattura ricaverebbe benefici per la carriera".
"Se quello osa fare una cosa del genere torno giù e faccio un'altra strage! Ma tu come fai a sapere che è un damerino?".
"Quando sono stato processato, anni fa, sai, per quella storia del cavallo rubato e macellato, era appena arrivato in città, fresco di nomina e pieno di boria. Ricordo ancora la sua faccia sprezzante; quando mi interrogò in carcere mi fece sedere su una sedia ad almeno dieci metri dalla sua scrivania; dovevo gridare per rispondere alle domande. Forse pensava che standogli vicino gli avrei attaccato la rogna. I carabinieri hanno detto che è in paese anche l'onorevole Belotti".
"Belotti mi è stato vicino, mi ha anche aiutato economicamente. Non consentirà l'arresto di Carla".
"Domani e nei prossimi giorni saranno ancora qui e le ricerche proseguiranno con molti più uomini: hanno detto che sono arrivati contingenti da Milano, da Brescia e da altre città, cui si aggiungeranno certo dei paesani di supporto. Penso che domani lasceranno un presidio permanente alle baite, anche a quelle dei pastori. Ti sarà difficile avvicinarti".
"Me ne starò lontano, non preoccuparti, oggi però ti chiedo ospitalità e delle provviste".
"Non ti preoccupare per questo, un po' di polenta e carne secca c'è e ci sarà sempre per te, però attento a domani e ai prossimi giorni, perché dormendo in quota partiranno per le ricerche riposati".
La notte piovve ancora, e starmene vicino al fuoco mi diede grande giovamento.

Non sapevo bene che fare; il piano che avevo studiato prevedeva la strage e la fuga sui monti, ma dopo? Come scenderne e come allontanarmi? Dove andare? Non avevo previsto alcunché nella consapevolezza che mi sarebbe stato difficile uscirne vivo. Di certo gli accessi alla valle e a ogni paese erano vigilati.

L'indomani, rinfrancato dal confortevole riposo e con un pasto caldo nello stomaco, mi apprestai a lasciare la baita. La giornata era calda e soleggiata.
"Caaler, hai presente la roccia dell'orso, dopo Grialeggio?".
"Certo".
"Ai piedi c'è una grossa pietra, liscia e piatta; sotto c'è una buca. Ti sarò grato se scenderai a valle, tra qualche giorno e, risalendo, stando molto ma molto attento a non farti scoprire, lascerai delle provviste e dei giornali sotto quel masso. Debbo sapere cosa dicono di me".
Il mandriano accettò, confermando che sarebbe sceso appositamente di lì a qualche giorno, non subito per non insospettire i carabinieri.
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da Roberto Trussardi, La taverna del diavolo,
Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri
2007, pp. 246...253.
Aggiornato il 12 Marzo 2015